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Cattedra, altare, foro : educare e istruire nella società di Terra d'Otranto tra Otto e Novecento / Angelo Semeraro. Lecce : Milella, 1984.

[...] I ricoveri educativi predisposti per i trovatelli erano il " Principe Umberto " per femmine e il " Garibaldi " per maschi.

Il primo era stato voluto da Ferdinando II nel 1839, su richiesta del Consiglio provinciale del 1835 e fu intitolato inizialmente a S. Filomena.

Nel Regolamento che é del 1854 [69] se ne affidava il regime alle suore di Carità che vi avrebbero accolto le proiette e le orfane di uno o entrambi i genitori, gratuitamente, come pure "le ragazze di famiglia mezzanamente agiate e a pagamento". Lo scopo che l'istituto doveva perseguire era quello di far delle "infelici figlie della sventura", "buone madri di famiglia, atte a servire da cameriere o da fantesche; di far loro apprendere arti donnesche, affinché avessero mezzi alla sussistenza" (art. 8). Gli obblighi quotidiani venivano definiti nella lezione di catechismo, nell'ascolto della messa e la recita della corona, nella visita al santissimo e nell'accostamento ai sacramenti per almeno due volte al mese.

Le internate si sarebbero esercitate nei servizi domestici dell'istituto per poter bastare a se stesse e istruite nel leggere, scrivere e " in ogni maniera di arti donnesche, confacenti ai bisogni della provincia" (art. 11).

Uno stanzone "con porta bene assicurata e con finestrino garantito da reti di ferro" veniva addetto per uso di correzione delle recluse "indocili ai richiami" (art 31). Esse non avrebbero potuto accostare persone estranee; "quantunque non abbiano obbligo di clausura — recitava l’art. 51 — pure non sarà mai alle stesse lecito di uscire, ma usciranno solo quando sarà compiuta l'età prescritta, menocché non fossero riconosciute legalmente le projette, o chieste dai loro parenti le orfane". Ugualmente severo il divieto a chiunque avesse voluto accedere allo stabilimento. Solo ogni 15 giorni era previsto il passeggio, "procedendo modestamente e a coppia" e dovutamente sorvegliate.

L'età di accesso delle fanciulle non poteva essere inferiore ai sei anni e maggior ai dodici e vi sarebbero potuto rimanere fino ai diciotto, dopo di che "sarebbero state messe a servizio come cameriere o fantesche". Passando invece a marito avrebbero ricevuto 40 ducati a titolo di dote.

Nell'ospizio era pure previsto un reparto separato per le alunne a pagamento. E qui—com'é intuibile—il trattamento diventava più riservato: istruzione estesa alla storia e geografia, con maestre "separate" da quelle delle orfanelle e delle projette. L'art. 103 prevedeva anche la possibilità di un refettorio e una cucina separata "perocché il trattamento per l'educande dovrà essere più largo". Sotto uno stesso tetto dovevano quindi convivere persone con diverso trattamento, previsto addirittura a suon di statuto.

Un riscontro del sindaco ad una richiesta del Prefetto avanzata nel 1866 per conoscere lo stato degli educandati [70], ci consente di avere notizie sull'andamento della vita interna del "Principe Umberto", che si deve ritenere molto aderente alle prescrizioni dello statuto. In quell'anno dimoravano nell'ospizio 170 ragazze. Vi si coltivavano " le arti tutte donnesche di tessuti-ricami di ogni specie: merletti, cuciti, guanti, anche di pelle. Da più anni l'arte di trarre la seta dai bozzoli che si schiudono in provincia" [71], Uscendo dall'ospizio si riceveva una rata dagli utili prodotti con le proprie fatiche e passando a marito "infra i sette anni dal dì della sortita dal Pio luogo" ricevono un dotaggio di lire 170, "sempreché non abbiano demeritato". Dal riscontro al Prefetto apprendiamo che l'ospizio mancava di locali idonei per l'infermeria; il sindaco fa pure richiesta di una macchina da cucire. Contintuavano a dirigere l'ospizio le Suore di carità.

In tempi più vicini, la novità è rappresentata dal fatto che l'ospizio viene pure adibito a ricovero forzato di minorenni, per le quali il governo corrispondeva una diaria di ottanta centesimi. Le internate per forza, ricevevano uguale istruzione, vestiario, dormitorio e mensa delle orfane e trovatelle. A parte invece vivevano un numero imprecisato di signorine messe a pagamento, con l'annua pensione di 255 lire, per le quali il programma d'istruzione prevedeva "lingua italiana, ossia grammatica, storia sacra, stile epistolare, geografia, storia patria, declamazione, istruzione di aritmetica, calligrafia, ecc.; Lingua francese: grammatica, storia, declamazione, traduzione, ecc.; Lavori donneschi, ossia cucito d'ogni maniera, ricami a tela ed a maglia, ricamo in bianco di ogni specie, in oro, in seta, ciniglia, tappezzeria, lavori ai ferri, crochet, trine, fiori e frutta di cera, fiori di battista, velo, margheritine, lana a rilievo, ecc." [72]

Tre condizioni di vita differenziate dunque e quest'ultimo é oramai molto vicino al modello educativo dell'Istituto Vittorio Emanuele, destinato alle figlie dell'alta e media borghesia leccese, dove si imparava a diventare buone e civili donzelle, " di affabili maniere, educate al buon costume, alle lettere, alle belle arti, e all 'amore della patria e della famiglia ".

Nel 1885 al Principe Umberto vi sono ben 326 recluse. L'ingresso é stato elevato ai sette anni e l'uscita a ventuno. L'occupazione resta quella dei lavori donneschi e di sartoria per donna, [73] ma molte allieve si preparano per accedere alla scuola normale e diventare maestre elementari.


Note

69. Regolamento per lo governo dell'Ospizio provinciale eretto in Lecce sotto il titolo di S. Filomena per educazione di donzelle, Lecce, Tip. Osp. S. Ferdinando, 1854.

70. ACL, cat. 9, clas. 2, fasc. 1, cart 45, Lettera del prefetto al sindaco del 22.5.1866 e riscontro del sindaco al prefetto del 30.5.1866

71. Ibid

72. Ibid

73. ACL, cat. 2, clas. 3, fasc. 1, cart. 4, Beneficenza 1885, Stato degli orfanotrofi.